CON LO SBLOCCA ITALIA RENZI PREPARA I FUNERALI DELL'ITALIA: guarda il video e capirai perchè

martedì 28 ottobre 2014

COMUNI CONTRO LE TRIVELLAZIONI







Svoltosi a Noto lunedi 27 ott. l'incontro organizzativo in vista dell'assemblea dell'ANCI Sicilia per fermare il progetto di Matteo Renzi e dei petrolieri nel mare siciliano...appuntamento per il 3 novembre ancora Noto città simbolo della lotta NOTRIV che fermò già i petrolieri nel 2007 grazie all'aiuto di cittadini, politici lungimiranti, associazioni, uomini di cultura, vescovi,...

sabato 25 ottobre 2014

I SINDACI SICILIANI IN RIVOLTA CONTRO LO SBLOCCA ITALIA SI INCONTRANO A NOTO IL 3 NOVEMBRE


Foto: IN VISTA DELL'INCONTRO DEI SINDACI SICILIANI, DEL 3 NOVEMBRE A NOTO, CONTRARI ALLO "SBLOCCA ITALIA" TUTTI SIAMO INVIATATI A UN INCONTRO ORGANIZZATIVO A NOTO SULLE TRIVELLAZIONI---> ECCO L'INVITO DELL'ASSESSORE DELLA CITTA' DI NOTO:
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CITTÀ DI NOTO

Patrimonio dell’Umanità

Oggetto : riunione organizzativa lunedì 27 ottobre ore 17,30 presso la Sala delle Conferenze del Convitto Ragusa in vista dell’ incontro del 3 novembre p.v. su trivellazioni nel Canale di Sicilia e Decreto 133/2014 cosiddetto Sblocca Italia

La S.V. è invitata a partecipare alla riunione che si terrà lunedì 27 ottobre presso la sala delle conferenze del Convitto Ragusa alle ore 17,30 per dare il proprio contributo organizzativo e di riflessione in vista dell’incontro del 3 novembre a Noto promosso da ANCI Sicilia con Greenpeace, Legambiente e WWF.
Data la valenza particolarmente strategica dell’incontro del 3 in cui a Noto converranno i sindaci dei comuni coinvolti, si chiede di non mancare.

L’assessore alla Cultura e UNESCO
Cettina RaudinoVAI AL LINK E LEGGI ANCHE SOTTO 
IN VISTA DELL'INCONTRO DEI SINDACI SICILIANI, DEL 3 NOVEMBRE A NOTO, CONTRARI ALLO "SBLOCCA ITALIA", INSIEME A GREENPEACE-WWF E LEGAMBIENTE,  TUTTI SIAMO INVITATI A UN INCONTRO ORGANIZZATIVO A NOTO SULLE TRIVELLAZIONI ---> ECCO L'INVITO DELL'ASSESSORE DELLA CITTA' DI NOTO:
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CITTÀ DI NOTO

Patrimonio dell’Umanità

Oggetto : riunione organizzativa lunedì 27 ottobre ore 17,30 presso la Sala delle Conferenze del Convitto Ragusa in vista dell’ incontro del 3 novembre p.v. su trivellazioni nel Canale di Sicilia e Decreto 133/2014 cosiddetto Sblocca Italia

La S.V. è invitata a partecipare alla riunione che si terrà lunedì 27 ottobre presso la sala delle conferenze del Convitto Ragusa alle ore 17,30 per dare il proprio contributo organizzativo e di riflessione in vista dell’incontro del 3 novembre a Noto promosso da ANCI Sicilia con Greenpeace, Legambiente e WWF.
Data la valenza particolarmente strategica dell’incontro del 3 in cui a Noto converranno i sindaci dei comuni coinvolti, si chiede di non mancare.

L’assessore alla Cultura e UNESCO
Cettina Raudino

martedì 21 ottobre 2014

DIECI MOTIVI PER DIRE NO ALLE ESTRAZIONI DI PETROLIO IN ITALIA

I blog de IlFattoQuotidiano.it
Maria Rita D'Orsogna
Fisico, docente universitario, attivista ambientale

Dieci motivi per dire no alle estrazioni di petrolio in Italia

Sono cinque anni che gestisco un blog contro la petrolizzazione dell’Italia, e questo è il mio primo post su ilfattoquotidiano.it. Il grande pubblico probabilmente non sa che ci sono concessioni petrolifere – metanifere – stoccanti sparse su tutto il territorio nazionale: dalla laguna veneta ai vigneti d’Abruzzo, dai frutteti di Oristano alle colline toscane, dalle isole Tremiti alle risaie di Vercelli, dal cuore dell’Emilia terremotata al mar Ionio.
I “Professori” ci dicono che trivellare l’Italia serve per soddisfare il nostro fabbisogno nazionale, per lo sviluppo economico, per l’occupazione, e che tutto sarà fatto in modo “sostenibile”.
Questo è quello che dicono loro.
Invece, io l’ho girata tutta l’Italia petrolizzanda e petrolizzata ed è lampante, ai miei occhi almeno, che l’idea di “aggiustare” la nazione facendo buchi a destra e a manca non è la soluzione.
I motivi? Eccone dieci:
1.Paesaggio e turismo
L’Italia è un paese densamente abitato, con un paesaggio invidiabile, variegato, fatto di colline, di mare, di boschi, di posti unici. Dove le mettiamo queste trivelle? Ovunque ti giri c’è comunità, c’è vita, c’è potenziale di bellezza, non deserto. Come si può pensare di trivellare a pochi chilometri da Venezia o da Pantelleria? Petrolizzare un territorio significa imbruttirlo, avvelenarlo, annientando quasi tutto quello che già sul territorio esiste o potrebbe esistere. E significa farlo sul lungo termine. Chi comprerà una casa con vista pozzo? Quale turista vorrà venire in Italia a vedere il mare o le colline bucherellate dalle trivelle o a respirare aria di raffineria? Fra l’altro la tutela del paesaggio è uno dei punti fondamentali della nostra Costituzione.
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2.Petrolio scadente
Il petrolio presente in Italia – in generale – è scadente, in qualità ed in quantità, ed è difficile da estrarre perché posto in profondità. E’ saturo di impurità sulfuree che vanno eliminate il più vicino possibile ai punti estrattivi. Non abbiamo nel sottosuolo il petrolio dei film texani, quanto invece una sorta di melma, maleodorante, densa e corrosiva che necessita di vari trattamenti prima di arrivare ad un prodotto finale.
3. Infrastrutture invasive e rifiuti
Questo fa sì che ci sia bisogno di infrastrutture ad hoc: pozzi, centrali di desolforazione, oleodotti, strade, porti petroliferi, industrializzazione di aree che sono al momento quasi tutte agricole, boschive, turistiche. Non dimentichiamo gli abbondanti materiali di scarto prodotti dalle trivellazioni – tossici, difficili e costosi da smaltire – con tutti i business più o meno legali che ci girano attorno. E non dimentichiamo il mare, dove la ricerca di petrolio può causare spiaggiamenti di cetacei, e dove è prassi ordinaria in tutto il mondo lo scarico in acqua di rifiuti petroliferi secondo il principio “occhio non vede, cuore non duole”.
4. Inquinamento aria
Sia dai pozzi che dalle centrali di desolforazione vengono emesse sostanze nocive e dannose all’agricoltura, alle persone, agli animali. Fra questi, l’idrogeno solforato (H2S), nitrati (NOx), i composti organici volatili (VOC), gli idrocarburi policiclici aromatici (PAH), nanopolveri pericolose. Alcune di queste sostanze sono provatamente cancerogene e causano danni al DNA ed ai feti. Possono anche causare piogge acide, compromettere la qualità del raccolto e la salute del bestiame. Chi eseguirà i monitoraggi, chi controllerà lo stato di salute delle persone? E’ giusto far correre questi rischi ai residenti, dato che gli effetti nefasti del petrolio sulla salute umana sono noti, e da tanto tempo, nella letteratura medico-scientifica?
5. Inquinamento acqua
Nonostante le cementificazioni dei pozzi e l’utilizzo di materiale isolante negli oleodotti, tali strutture con il passare degli anni presentano cedimenti strutturali, anche lievi, dovuti al logorio, alle pressioni, allo stress meccanico. L’elevata estensione degli oleodotti, e la profondità dei pozzi, rende difficile individuare queste fessure, che possono restare aperte a lungo, inquinando l’acqua del sottosuolo e danneggiando gli ecosistemi con elevati costi di ripristino.
6. Idrogeologia e sismicità
L’Italia è a rischio sismico, con già tanti problemi di stabilità idrogeologica, di subsidenza, a cui si aggiungono in molti casi l’abusivismo e la malaedilizia. In alcuni rari casi (ma ne basta uno solo!) le ispezioni sismiche, le trivellazioni, la re-iniezione sotterranea di materiale di scarto ad alta pressione possono alterare gli equilibri sotterranei, checché ne dica qualcuno dei “tuttapostisti” accademici italiani. Come non conosciamo perfettamente la distribuzione delle falde acquifere, così non conosciamo perfettamente neanche quella delle faglie sismiche. Stuzzicare i delicati equilibri geologici può innescare terremoti, anche di magnitudine elevata. E’ già successo in Russia, in California, in Colorado.
7. Incidenti
Anche prendendo tutte le precauzioni possibili, i pozzi possono sempre avere malfunzionamenti. In Italia abbiamo avuto già esempi di scoppi o incidenti gravi con emissioni incontrollate di idrocarburi per vari giorni senza che nessuno sapesse cosa fare: nelle risaie vicino a Trecate, nei mari attorno alla piattaforma Paguro, nei campi di Policoro. Per risanare Trecate non è bastato un decennio. Non per niente in California c’è una fascia protettiva anti-trivelle di 160 chilometri da riva, e non per niente è dal 1969 che non si buca più il mare.
8. Speculatori
Molte delle ditte che intendono trivellare l’Italia sono minori, straniere, con piccoli capitali sociali. Spesso annunciano di volere fare il salto di qualità con il petrolio d’Italia perché – e lo dicono candidamente ai loro investitori – da noi le leggi sono meno severe, è facile avere i permessi, le spese di ingresso sul territorio sono basse. Saranno, queste micro ditte irlandesi, australiane, statunitensi e canadesi, capaci di gestire i controlli ambientali a regola d’arte? Ed in caso di incidenti, con i loro esigui capitali sociali, avranno le risorse per affrontare operazioni di pronto intervento, risanamento ambientale e risarcimento danni?
9. Minimi benefici
Il petrolio d’Italia non farà arricchire gli Italiani, non porterà lavoro, e tanto meno risolverà i problemi del bilancio energetico nazionale. Le royalties d’Italia sono basse, e la maggior parte di questo petrolio verrà estratto da ditte straniere, libere di vendere il greggio su mercati internazionali. E’ pura speculazione, niente più.
10. Basilicata
Ed anche se tutto fosse fatto a opera d’arte, il vero conto va fatto su tutto quello che il petrolio distruggerà, sui rischi che ci farà correre, a fronte dei suoi presunti vantaggi. In Italia abbiamo già una regione che è stata immolata al petrolio e di cui il resto d’Italia sa poco. E’ la Basilicata, che fornisce a questa nazione circa il 7% del suo fabbisogno nazionale. Tutti i problemi elencati sopra sono realtà in Basilicata: sorgenti e laghi con acqua destinate al consumo umano inquinate da idrocarburi, declino dell’agricoltura, del turismo, petrolio finanche nel miele, aumento di malattie, mancanza di lavoro, smaltimento illegale di materiali tossici, anche nei campi agricoli. E cosa ha guadagnato la Basilicata da tutto ciò? Un dato per tutti: secondo l’Istat, la Basilicata è la regione più povera d’Italia. Era la più povera prima che arrivassero i petrolieri con le loro vuote promesse di ricchezza, lo è ancora oggi.
Ma… cari professori, invece che fare buchi non sarebbe meglio coprire tutti i tetti d’Italia con un pannello fotovoltaico?

STATO DELLA DISCUSSIONE SULLO SBLOCCA ITALIA E RESOCONTO DELL'INIZIO DELLA LOTTA 15-16 OTT

STATO DELLA DISCUSSIONE DEL DECRETO "SBLOCCA ITALIA"



Ieri il testo è stato votato in Commissione Ambiente e da domani ( Martedi 21 ott) è alla discussione in aula alla Camera. Poi vi sarà il passaggio in Senato; in caso di ulteriori modifiche, dovrà tornare alla Camera per la definitiva approvazione.
La Commissione Ambiente ha apportato alcune modifiche al Decreto, che riteniamo del tutto insufficienti rispetto alla gravità dei contenuti. E', comunque, un primo segnale della difficoltà dei parlamentari a sostenere scelte così devastanti per l'ambiente davanti alle prime contestazioni provenienti dai territori, come è parso evidente alla nostra delegazione che è stata audita in Commissione.


RESOCONTO PRESIDIO 15/16 OTTOBRE davanti a Montecitorio

Il 15 e 16 ottobre sono intervenuti delegati/portavoce e gruppi appartenenti ad alcune decine di comitati/associazioni provenienti da oltre 10 regioni, che hanno preso la parola come in un'assemblea pubblica presentando le proprie attività e le ragioni della contrarietà al decreto (https://www.youtube.com/watch?v=gjN7_gaLLYo#t=273).

E' stata redatta una cartella stampa che è stata distribuita/inviata alle redazioni e ai giornalisti.
Il 15 ottobre una delegazione delle organizzazioni composta da una decina di persone è stata ricevuta dal Presidente della Commissione Ambiente Realacci (per pochissimi minuti; fatto immediatamente contestato dai presenti) e da alcuni deputati di maggioranza (PD) e minoranza (M5S e SEL).
Sul tema idrocarburi gli esponenti della maggioranza hanno cercato di prendere, a titolo personale, le distanze dal provvedimento. Anche sul tema incenerimento si è registrata una loro difficoltà nel difendere le scelte governative, mentre su cemento/grandi opere/bonifiche e privatizzazione dell'acqua la posizione dei parlamentari di maggioranza ha ricalcato quella del Governo (il video del report in piazza https://www.youtube.com/watch?v=3DeeU0PtZqs).

Il 16 ottobre oltre al presidio si è svolto un blitz alla vicina sede di Impregilo (https://www.youtube.com/watch?v=2fJGexOxWP0) .

Negli stessi giorni del presidio sono state tenute due conferenze stampa (già programmate) di alcune associazioni e dei redattori del libro Rottama Italia che hanno contribuito a lanciare l'allarme sul Decreto.
Si allega la cartella stampa che può essere ripresa e adattata al contesto locale, con l'elenco dei comitati/organizzazioni/reti aderenti, e le immagini (banner e logo).
Restiamo a Vs disposizione per qualsiasi chiarimento (3683188739); buona campagna!

Augusto De Sanctis – Segreteria Forum Abruzzese Movimenti per l'Acqua

mercoledì 15 ottobre 2014

SBROCCA ITALIA

Sblocca Italia: l’incubo quotidiano del Paese rottamato

Matteo Renzi
Mi sono svegliato come ogni giorno ascoltando la radio. Il notiziario ha aperto con una notizia inusuale. La prima era dedicata all’ambiente, cosa di per sé assai rara. Non stavano riportando bollettini di stragi, però. Alluvioni, smottamenti vari. Danni e cadaveri puntuali come un rituale autunnale tipicamente italiano.
No, la notizia è di quelle importanti, per certi versi clamorosa. Matteo Renzi ha convocato la stampa a Palazzo Chigi per annunciare il decreto “Lentezza e sobrietà. La manutenzione del Paese per un futuro sostenibile”.
Pochi minuti dopo sono online, leggo voracemente gli articoli del decreto prodotti nel Consiglio dei Ministri appena terminato. E’ davvero una rivoluzione. Dopo un trentennio di grandi opere, inceneritori, cemento e incuria del patrimonio storico e artistico ecco un cambio di passo radicale.
Il primo obiettivo del decreto è una lotta senza quartiere al dissesto idrogeologico. Finalmente vengono dirottate risorse economiche e competenze su una partita che da sempre è stata risolta con annunci tardivi e lacrime di coccodrillo. Denaro pubblico per fare le opere necessarie, nessuna esclusa, e risolvere una volta per tutte una piaga che ogni anno miete vittime e disastri economici giganteschi.
Poi si passa alla gestione dei rifiuti. Si sceglie, guarda un po’ che rivoluzione, di seguire ciò che ci chiede l’Europa: stop alle discariche e incenerimento solo alla fine di un processo che vede nellaraccolta differenziata, nella riduzione dei rifiuti e nel riuso le linee di azione da finanziare con norme e incentivi adeguati, partendo dai modelli vincenti che già oggi hanno dimostrato che i camini si possono spegnere, altro che finanziare.
Il patto di stabilità svanisce per quei comuni virtuosi che fanno scelte lungimiranti di efficientamento energetico e di autoproduzione da fonti rinnovabili. Si mette mano ad una gigantesca grande opera fatta di una miriade di piccole opere di manutenzione distribuite capillarmente negli edifici pubblici di mezza Italia. Le scuole dei nostri figli tornano ad essere sicure, stabili, all’avanguardia in fatto di sostenibilità (economica e ambientale).
Un articolo è dedicato interamente alla mobilità. Si abbandona l’alta velocità in Val Susa e si drenano risorse in una filiera della mobilità sostenibile che al centro mette il trasporto pubblico locale. Una specie di rivoluzione copernicana per l’Italia delle autostrade vuote…
Infine il territorio e la cultura. Si tutela il paesaggio, mettendo fuori legge speculatori e cementificatori vari. Arrivano soldi dalla Difesa per finanziare interventi di tutela del patrimonio culturale e paesaggistico. Non per sostenere una fabbrica di eventi e grandi mostre a uso e consumo di ricconi annoiati. Ma per restituire il patrimonio ai suoi legittimi proprietari: i cittadini.
Dalla pagina Facebook del Premier guardo gli ultimi minuti della conferenza stampa di questa mattina in differita. Non posso credere ai miei occhi. Matteo Renzi cita l’articolo 9 della Costituzione: “Da oggi ci guiderà nelle scelte di ogni ordine e grado delle istituzioni repubblicane. Usciremo dallacrisi cambiando paradigma. Abbandoneremo il dogma della crescita infinita e metteremo al centro il benessere delle comunità locali e la tutela del paesaggio. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Poi sento suonare la sveglia, dalla radio arrivano strazianti le testimonianze dai campi di guerra di Genova, Parma, Piemonte e Toscana. Fango e macerie, morti e distruzione. Renzi usa tutto questo per dire che bisogna fare in fretta, e che lo Sblocca Italia è lo strumento adeguato per riuscirvi. Mi rendo conto che stavo solo sognando, e che sono rientrato nel consueto incubo ad occhi aperti.

Sblocca Italia e trivelle: ora una grande risposta popolare di Salvatore Perna (www.ilmegafono.org)


Sblocca Italia e trivelle: ora una grande risposta popolare


Dal centro, dal sud, dal nord, dalle isole, dalle città marinare, da tutti i centri urbani e da tutte le oasi naturalistiche e dai luoghi di incantevole bellezza, minacciati dai cumulinembi di tempesta che i petrolieri e un governo irresponsabile stanno scatenando contro l’intero territorio italiano, sta avanzando un sentimento comune di rivolta per fermare il disastro. Il presidio del 15 e 16 ottobre a piazza Montecitorio, a Roma, organizzato dal forum dei movimenti dell’acqua pubblica e, fino a questo momento, da oltre duecento associazioni e comitati, è un forte segnale contro le scelte inaccettabili del governo e un chiaro richiamo al parlamento di impedire la distruzione delle preziose risorse del nostro paese. Al grido “Blocca lo sblocca Italia”, questa grande parte della comunità nazionale rivendica il diritto di perseguire una linea di sviluppo fondata sulle energie rinnovabili e non sulle energie fossili, difende l’aspirazione a vivere non tra la morchia, i veleni e le scorie dei pozzi petroliferi, ma in un ambiente che salvaguardi i beni naturali, gli straordinari paesaggi, i beni comuni.
È una richiesta perentoria che pretende la valorizzazione di un’agricoltura di qualità, la fruizione ecosostenibile delle attività economiche, la difesa del nostro mare, la estensione e il miglioramento del volano turistico. È il ripudio di una scelta di sviluppo che, come ha sostenuto recentemente l’economista americano Jeremy Rifkin, accusa l’Italia di puntare su politiche energetiche del secolo scorso, per favorire alcuni grandi compagnie e le loro utilities e, si può aggiungere, per consentire facili profitti a danno delle popolazioni e ottenere inconsistenti vantaggi energetici. È una grande battaglia che ha tempi stretti per estendersi. I cittadini di questo paese devono sapere che questo decreto governativo è un vero e proprio mostro giuridico. È un ritorno indietro, la sconfessione di ogni forma di partecipazione democratica e di costruzione armonica di un progetto di cambiamento.
All’attacco vandalico delle trivelle nelle aree marine e sulla terraferma, si aggiunge, come da tante parti è stato sottolineato, il via libera a un nuovo programma di inceneritori, a piani di cementificazione, a nuove scelte di privatizzazione dell’acqua che il referendum del 2011 aveva bocciato. Tutto questo togliendo a comuni e regioni e ai cittadini qualsiasi possibilità di partecipazione e di controllo, in totale dispregio delle direttive comunitarie (Seveso 2 e 3). Sotto il subdolo feticcio dell’efficienza, il presidente del consiglio Renzi ha scelto l’accentramento e lo svuotamento delle regole democratiche. Non si può stare a guardare, ma, con consapevolezza e lucida determinazione, si deve contribuire a creare un grande schieramento popolare. Credo che nessuno possa accettare di veder compromesso il proprio futuro e quello delle nuove generazioni per una perversa concezione di sviluppo.
Questa scelta è tanto più necessaria perché i parlamentari che sostengono la maggioranza non hanno sentito né il bisogno né il dovere di sollevare obiezioni o critiche al decreto, neanche sul rischio della deregulation petrolifera. Forse non hanno neanche la percezione di quanto sia grave la situazione. Bastano solo poche e documentate informazioni, che fra l’altro a più riprese sono state diffuse da Greenpeace, da Legambiente e da diverse associazioni, ma che risultano anche da un’attenta valutazione della aree geografiche individuate per il saccheggio gas-petrolifero. Consideriamo ad esempio l’area del canale di Sicilia.
Sotto il profilo delle risorse ittiche e dell’attività della pesca, da un documento elaborato nel 2010 per il parlamento europeo, la flotta peschereccia di quest’area marina, da Mazara del Vallo a Portopalo di Capo Passero, conta oltre 1300 imbarcazioni. Un naviglio in larga parte utilizzato per la pesca costiera (tra le 4 e le 7 miglia nautiche) e per almeno un terzo, costituito da pescherecci che operano in banchi di pesca, localizzati a 12 e 14 miglia. Questo settore, solo in quest’area marina, dà lavoro a circa 10.000 addetti, impiegati direttamente nelle attività della pesca, ad almeno 500 persone utilizzate nelle attività di trasformazione e ad oltre 1500 lavoratori impegnati nelle attività collegate (vendita, commercializzazione e servizi portuali). La Sicilia, come risulta dall’indagine, è una delle poche regioni ad avere un saldo attivo della bilancia commerciale per il pescato. Tutti i rilevamenti, compreso il piano di gestione locale delle risorse locali da Siracusa a Capo Passero, concordano sulla necessità di salvaguardare le importanti risorse ittiche esistenti senza alterare il delicato equilibrio dell’ecosistema marino.
Di tutto questo le richieste di autorizzazioni per nuove trivelle a mare (come l’Eni e la Shell) o le istanze per attività di prospezione in migliaia di km2 non tengono alcun conto e sottovalutano consapevolmente gli effetti deleteri sull’ambiente marino. Le nuove perforazioni, con l’inevitabile corollario di effetti collaterali, e il bombardamento massiccio dei fondali marini per l’individuazione di eventuali giacimenti potrebbero determinare uno sconvolgimento irreversibile dell’habitat e di un patrimonio vitale di biodiversità. È lo stesso pericolo che corrono tutti i mari italiani. Anche il limpido mare dell’isola di Pantelleria, che nel 2010 l’Onu ha sottratto all’assalto delle trivelle, viene coinvolto dalla forsennata ricerca di giacimenti che la società petrolifera australiana Audax, dopo il rigetto dell’istanza in Italia, ha dirottato nel mare tunisino ad appena 20 miglia di distanza, con un incessante bombardamento dei fondali che si ripercuoteranno anche sull’ecosistema di quell’area marina.
I petrolieri, attraverso gli esponenti dell’Assomineraria e delle maggiori società, dichiarano artificiosamente che le attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio potrebbero creare 15.000 posti di lavoro in tutta Italia, ma dimenticano che queste scelte rappresenterebbero solo in Sicilia la scomparsa di migliaia di posti di lavoro e la rovina di migliaia di famiglie. Sotto il profilo geologico la prospettiva è altrettanto angosciante. Il canale di Sicilia, come si rileva dagli studi dell’Istituto nazionale di geofisica, nella cosiddetta area del “plateau ibleo”, è attraversato dalle faglie tettoniche della grande fenditura ibleo-maltese. Queste faglie, dall’isola di Malta raggiungono il margine meridionale del Canale di Sicilia e, attraverso due linee parallele, interessano la fascia montuosa degli iblei e raggiungono l’area del mare Ionio al largo delle coste di Augusta e Catania (scarpata ibleo-maltese).
Come è noto, tale sistema di faglie è classificato a rischio sismico di alta intensità e ha prodotto storicamente i terremoti più devastanti della Sicilia. Questa zona “sismogenetica” nella costa meridionale coinvolge tutte le aree comprese tra Ragusa e Pachino. Inoltre, nella zona nord occidentale del Canale di Sicilia, da Gela fino a Pantelleria, dove si estende la linea di “collisione continentale tra la placca africana e quella euroasiatica”, è persistente la presenza di bocche vulcaniche sottomarine e di bacini magmatici.
La complessità geologica del sottosuolo del Canale di Sicilia non preoccupa però più di tanto le compagnie petrolifere, le quali tendono a considerare possibili eventi negativi come ininfluenti sulle attività di estrazione, negando così tutti i possibili disastri che potrebbero derivarne. No, non si può aspettare che vengano consentiti nuovi crimini ambientali e che venga messo a rischio il futuro delle popolazioni. Non servono pannicelli caldi ma decisioni immediate da assumere. L’intera marineria siciliana e quella delle altre aree, se vuole salvaguardare il suo futuro, ha il dovere di prendere posizione. Le popolazioni hanno il diritto e il dovere di rivendicare scelte diverse per un reale sviluppo sostenibile. La realtà impone percorsi alternativi e non vecchie e fallimentari logiche, volute da lobby e da voraci predatori.
Salvatore Perna -ilmegafono.org

...oh Renzi Renzi...dove ti sei cacciato!