mercoledì 15 ottobre 2014

1° PRESIDIO NOTRIV A MONTECITORIO 15 OTTOBRE. DOMANI 16 OTT. NUOVO PRESIDIO


Blocca lo sblocca Italia: prima giornata di presidio a Montecitorio



Manifestazione contro le trivelle Report-age.com 2014
Foto Adriano Bucciarelli

Roma. Sono scesi in piazza a Roma e sono lì a manifestare pacificamente ora, a Montecitorio. I movimenti ambientalisti italiani stanno manifestando, il presidio man mano si va riempiendo di gente, soprattutto giovani e a colorare l’ambiente sono gli striscioni, decine e decine da tutta Italia che raccontano in slogan la storia delle battaglie dei comitati di ogni singolo territorio minacciato da opere impattanti, devastanti, alcune vinte, altre perse o ancora in corso di definizione e non perdono la speranza di riuscire là dove le lobbie del cemento e del petrolio vogliono imporre la loro logica distruttiva.   

Presidio Blocca lo sblocca italia Report-age.com 15.10.2014
Foto Adriano Bucciarelli

Più di 180 le adesioni alla manifestazione, non mancano i Comitati cittadini ambiente della valle Peligna che combattono contro il progetto metanodotto rete adriatica e centrale di spinta della Snam. Si sta formando un vero e proprio fronte contro le trivelle selvagge, le opere strategiche fortemente impattanti e i progetti che devastano l’ambiente che stanno riaffiorando e rivivendo a causa del decreto (S)blocca Italia.

manifestazione Blocca lo sblocca italia Report-age.com 15.10.2014
Foto Adriano Bucciarelli

Cosa possono fare, a questo punto, i cittadini? Se condividono le battaglie portate avanti dai comitati cittadini italiani basta unirsi al presidio, oggi fino alle 14, e gli ambientalisti torneranno domani dalle 10 alle 14 sempre a piazza Montecitorio.
Legambiente: “Decreto totalmente antiambientale, vecchio e pericoloso.  
Renzi ha rottamato le persone del Novecento ma non le più fallimentari idee di sviluppo dell’epoca”  
“Mai avevamo assistito ad un intervento legislativo così organicamente antiambientale e così carico di interventi sbagliati, all’opposto del sostegno ad un’economia circolare e low carbon _ Così il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, dal sit-in di Piazza Montecitorio, esordisce sul decreto Sblocca Italia _ Il dl Sblocca Italia avrebbe potuto essere uno “Sblocca Futuro”, se gli interventi normativi, le semplificazioni, gli standard di efficienza avessero risposto a un chiaro disegno di trasformazione del paese nella direzione dello sviluppo di un’economia moderna e ecosostenibile. Il provvedimento invece ripropone un’Italia vecchia, incapace di stare al passo con i tempi, che si limita a fare tana libera tutti contro i lacci e lacciuoli, che imbriglierebbero il sistema. E mentre tutto il mondo cerca il modo migliore per uscire dall’egemonia del fossile, qui si autorizzano e rilanciano ricerche, trivellazioni ed estrazioni ovunque, con royalties irrisorie, senza obbligo di ripristino in caso di incidente, e con l’estromissione delle Regioni dalla Via per i giacimenti a terra _  continua Cogliati Dezza _ Non c’è, inoltre, nessuno snellimento delle procedure ma deroghe, commissariamenti, accentramento delle decisioni e un po’ di risorse. Esautorati enti locali e regioni si torna al modello Bertolaso, che ha prodotto i danni e la corruttela che sappiamo. E non siamo noi a denunciarlo, ma la Commissione Ambiente Cantone e la Banca d’Italia, che parla di ripercussioni negative sui tempi, i costi, e della “vulnerabilità ai rischi di corruzione.  Viene da chiederci, quindi, quando il premier Renzi, che ha rottamato con clamore le persone del Novecento, intenda rottamare anche le idee di sviluppo più inefficaci e fallimentari che hanno caratterizzato quel periodo e, contestualmente, vorremmo rivolgere anche un appello al movimento sindacale affinché si opponga al decreto Sblocca Italia, che dopo tanti annunci ha riproposto un modello di sviluppo vecchio e stantio, incapace di guardare al futuro e alla modernità e di offrire nuovo buon lavoro” conclude Dezza.
Un attacco all’ambiente senza precedenti è definitivo il decreto sblocca italia, soprannominato dal Movimento 5 stelle Sfascia Italia e dagli ambientalisti Decreto fossile, è il documento dell’esecutivo varato dal Governo Renzi il 13 settembre. “Un provvedimento che condanna il Belpaese all’arretratezza di un’economia basata sul consumo intensivo di risorse non rinnovabili e concentrata in poche mani. È un vero e proprio assalto finale delle trivelle al mare che fa vivere milioni di persone con il turismo; alle colline dove l’agricoltura di qualità produce vino e olio venduti in tutto il mondo; addirittura alle montagne e ai paesaggi sopravvissuti a decenni di uso dissennato del territorio. Basti pensare che il Governo Renzi rilancia le attività petrolifere addirittura nel Golfo di Napoli e in quello di Sorrento tra Capri, Ischia ed Amalfi. Si arriva al paradosso che le produzioni agricole di qualità, il nostro paesaggio e i tanti impianti e lavorazioni che non provocano inquinamento, compresi quelli per la produzione energetica da fonti rinnovabili quando realizzati in maniera responsabile e senza ulteriore consumo di territorio, non sono attività strategiche a norma di legge. Lo sono, invece, i pozzi e l’economia del petrolio che, oltre a costituire fonti di profitto per poche multinazionali, sono causa dei cambiamenti climatici e di un pesante inquinamento. Mentre il mondo intero sta cercando di affrancarsi da produzioni inquinanti, il Governo Renzi per i prossimi decenni intende avviare la nostra terra su un binario morto dell’economia. Eppure l’industria petrolifera non ha portato alcun vantaggio ai cittadini ma ha costituito solo un aggravamento
delle condizioni sociali ed ambientali rispetto ad altre iniziative legate ad un’economia diffusa e meno invasiva.Nel Decreto la gestione dei rifiuti è affidata alle ciminiere degli inceneritori, mentre l’Italia dovrebbe puntare sulla necessaria riduzione dei rifiuti e all’economia del riciclo e del riutilizzo delle risorse. Tanti comuni italiani hanno raggiunto percentuali del 70-80% di raccolta differenziata coinvolgendo intere comunità di cittadini. Bruciare i rifiuti significa non solo immettere nell’ambiente pericolosissimi inquinanti producendo ceneri dannose alla salute e all’ambiente ma trasforma in un grande affare, concentrato in poche mani, quello che potrebbe essere una risorsa economica per molti. Le grandi opere con il loro insano e corrotto “ciclo del cemento” continuano ad essere il mantra per questo tipo di “sviluppo” mentre interi territori aspettano da anni il risanamento ambientale. Chi ha inquinato deve pagare. Servono però bonifiche reali, non affidate agli stessi inquinatori e realizzate con metodi ancora più inquinanti; l’esatto opposto delle recenti norme con cui si cerca di mettere la polvere tossica sotto al tappeto. Addirittura il “sistema Mose” diventa la regola, con commissari e “general contractor” che gestiranno grandi aree urbane in tutto il Paese. Questo Decreto anticipa nei fatti le peggiori previsioni della modifica della Costituzione accentrando il potere in poche mani ed escludendo le comunità locali da qualsiasi forma di partecipazione alla gestione del loro territorio. Il provvedimento si configura come un primo passaggio propedeutico alla piena realizzazione del piano complessivo di privatizzazione e finanziarizzazione dell’acqua e dei beni comuni che il Governo sembra voler definire compiutamente con la legge di stabilità.
Riteniamo che il Parlamento debba far decadere le norme di questo Decreto chiarendo che le vere risorse strategiche del nostro paese sono il nostro sistema agro-ambientale con forme di economia diffusa, dal turismo consapevole all’agricoltura, dalle rinnovabili diffuse alle filiere del riciclo e del riutilizzo.
Contrastare questo Decreto è un impegno affinché la bellezza del paese non sfiorisca definitivamente sacrificata sull’altare degli interessi di pochi petrolieri, cementificatori e affaristi dei rifiuti e delle bonifiche”.

martedì 14 ottobre 2014

1° iniziativa di lotta contro le trivelle incoraggiate dal Premier e...Più trivelle per tutti!!

Greenpeace, blitz sulla piattaforma petrolifera: striscione “più trivelle per tutti”

"Stop fossile, go renewable", questo il messaggio che campeggia sotto il volto del premier Renzi nel grande manifesto appeso questa mattina alla struttura della Eni Prezioso, al largo di Licata

greenpeace piattaforma
Un gruppo di una decina di attivisti di Greenpeace ha raggiunto questa mattina all’alba la piattaforma estrattiva dell’Eni Prezioso, a sei miglia dalla costa di Licata, nel Canale di Sicilia. Dopo aver scalato la struttura, i volontari hanno esposto uno striscione, con il volto di Matteo Renzi e la scritta: “Più trivelle per tutti. Stop fossile, go renewable”. Un secondo gruppo ha ancora una zattera di salvataggio alla piattaforma. Al momento dell’azione non vi è stata nessuna reazione da parte della piattaforma, contattata via radio dalla nave Rainbow Warrior di Greenpeace. 
La piattaforma – ancora attiva – si trova nella zona interessata dal progetto Ibleo, nome in codice del progetto estrattivo strategico dell’Eni pensato per il canale di Sicilia. Due perforazioni estrattive (Argo 2 e Cassiopea 1-5) e sei pozzi di produzione commerciale, con la realizzazione di una nuova piattaforma nei pressi della “Prezioso”, progetto autorizzato lo scorso maggio dal ministero dell’Ambiente. Una scelta “fossile” appoggiata dal governo Renzi, che nel decreto “Sblocca Italia” ha dato il via libera all’espansione delle trivellazioni.
Nei pressi della piattaforma Prezioso – dove gli attivisti sono ancora in azione – staziona la nave a vela di Greenpeace Rainbow Warrior III, arrivata sulla costa siciliana la settimana scorsa. Venerdì la nave raggiungerà Siracusa, dove è previsto un incontro con i parlamentari siciliani per proseguire la campagna “Non è un paese per fossili”.

giovedì 9 ottobre 2014

15 e/o 16 OTTOBRE A ROMA PER BLOCCARE LO "SBLOCCA ITALIA" di Renzi & co.

MESSAGGIO AI SIMPATIZZANTI CHE SI TROVANO NEI PRESSI DI ROMA: giorno 15 o 16 si può partecipare alla manifestazione davanti alla camera dei deputati per dire NO allo SBLOCCA ITALIA di RENZI & co.. Sarà un momento importante di inizio di una lotta che si preannuncia dura. Ma in ballo c'è l'Italia, il suo territorio ed il nostro futuro. Se non potete esserci ditelo ad un vostro amico/a, parente che ci vada! E' molto importante. LO SBLOCCA ITALIA E' IL PERICOLO NUMERO UNO. FERMIAMOLO! Col cuore all'Italia
L'ITALIA dei "COMITATINI" s'è desta!!!
“BLOCCA LO SBLOCCA-ITALIA”, DIFENDI LA TUA TERRA!"
CONDIVIDERE, CONDIVIDERE, CONDIVIDERE!
PARTECIPA ALLA CAMPAGNA CONTRO IL DECRETO CHE DISTRUGGE IL BELPAESE.
Presidio alla Camera dei Deputati mercoledì 15 e giovedì16 ottobre .

Manda un'email di dissenso ai parlamentari.
ATTIVATI DA SINGOLO CITTADINO O COME ORGANIZZAZIONE:
INFO: http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/index.php
L'APPELLO
Un attacco all’ambiente senza precedenti e definitivo: è il cosiddetto Decreto “Sblocca Italia” varato dal Governo Renzi il 13 settembre scorso. Un provvedimento che condanna il Belpaese all’arretratezza di un’economia basata sul consumo intensivo di risorse non rinnovabili e concentrata in poche mani. È un vero e proprio assalto finale delle trivelle al mare che fa vivere milioni di persone con il turismo; alle colline dove l’agricoltura di qualità produce vino e olio venduti in tutto il mondo; addirittura alle montagne e ai paesaggi sopravvissuti a decenni di uso dissennato del territorio. Basti pensare che il Governo Renzi rilancia le attività petrolifere addirittura nel Golfo di Napoli e in quello di Salerno tra Ischia, Capri, Sorrento, Amalfi e la costiera Cilentana, dell'omonimo Parco Nazionale"
Si arriva al paradosso che le produzioni agricole di qualità, il nostro paesaggio e i tanti impianti e lavorazioni che non provocano inquinamento, compresi quelli per la produzione energetica da fonti rinnovabili quando realizzati in maniera responsabile e senza ulteriore consumo di territorio, non sono attività strategiche a norma di legge. Lo sono, invece, i pozzi e l'economia del petrolio che, oltre a costituire fonti di profitto per poche multinazionali, sono causa dei cambiamenti climatici e di un pesante inquinamento.
Mentre il mondo intero sta cercando di affrancarsi da produzioni inquinanti, il Governo Renzi per i prossimi decenni intende avviare la nostra terra su un binario morto dell’economia. Eppure l’industria petrolifera non ha portato alcun vantaggio ai cittadini ma ha costituito solo un aggravamento delle condizioni sociali ed ambientali rispetto ad altre iniziative legate ad un’economia diffusa e meno invasiva.
Nel Decreto la gestione dei rifiuti è affidata alle ciminiere degli inceneritori, mentre l’Italia dovrebbe puntare sulla necessaria riduzione dei rifiuti e all'economia del riciclo e del riutilizzo delle risorse. Tanti comuni italiani hanno raggiunto percentuali del 70-80% di raccolta differenziata coinvolgendo intere comunità di cittadini. Bruciare i rifiuti significa non solo immettere nell’ambiente pericolosissimi inquinanti producendo ceneri dannose alla salute e all’ambiente ma trasforma in un grande affare, concentrato in poche mani, quello che potrebbe essere una risorsa economica per molti.
Le grandi opere con il loro insano e corrotto “ciclo del cemento” continuano ad essere il mantra per questo tipo di “sviluppo” mentre interi territori aspettano da anni il risanamento ambientale. Chi ha inquinato deve pagare. Servono però bonifiche reali, non affidate agli stessi inquinatori e realizzate con metodi ancora più inquinanti; l'esatto opposto delle recenti norme con cui si cerca di mettere la polvere tossica sotto al tappeto. Addirittura il “sistema Mose” diventa la regola, con commissari e “general contractor” che gestiranno grandi aree urbane in tutto il Paese, partendo da Bagnoli.
Questo Decreto anticipa nei fatti le peggiori previsioni della modifica della Costituzione accentrando il potere in poche mani ed escludendo le comunità locali da qualsiasi forma di partecipazione alla gestione del loro territorio..
Il provvedimento si configura come un primo passaggio propedeutico alla piena realizzazione del piano complessivo di privatizzazione e finanziarizzazione dell'acqua e dei beni comuni che il Governo sembra voler definire compiutamente con la legge di stabilità.
Riteniamo che il Parlamento debba far decadere le norme di questo Decreto chiarendo che le vere risorse strategiche del nostro paese sono il nostro sistema agro-ambientale con forme di economia diffusa, dal turismo consapevole all’agricoltura, dalle rinnovabili diffuse alle filiere del riciclo e del riutilizzo.
Contrastare questo Decreto è un impegno affinché la bellezza del paese non sfiorisca definitivamente sacrificata sull’altare degli interessi di pochi petrolieri, cementificatori e affaristi dei rifiuti e delle bonifiche.
Prime adesioni: Coordinamento nazionale NO TRIV, Forum Italiano Movimenti per l'Acqua Coordinamento Nazionale Siti Contaminati; Abruzzo Social Forum; Forum Abruzzese Movimenti per l'Acqua; Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Associazione A SUD; Stop Biocidio Lazio; Taranto Respira; Peacelink; WWF Taranto; NO Carbone Brindisi, Confederazione COBAS, Ambiente e Salute nel Piceno; Comitato Stoccaggio Gas S. Martino (CH), Comitati Cittadini per l'Ambiente di Sulmona; Associazione Nuovo Senso Civico; Comitato No TAP; Coordinamento nazionale No Triv-sez Basilicata; Coordinamento Regionale Acqua Pubblica di Basilicata; Coordinamento dei Comitati contro le autostrade Cremona-Mantova e Tirreno-Brennero; Onda rosa, comitatino di mamme e donne del centro olio (ENI) di Viggiano; No Triv Sannio, Altragricoltura, Comitato per la Difesa delle Terre Joniche, Rete Forum Ambientale dell'Appennino; Comitato No Powercrop Avezzano (AQ), Circolo culturale "Ambientescienze" – Cremona; Comitato No al Petrolio nel Vallo di Diano (SA), Comitato "No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili", Comitato Abruzzese Difesa Beni Comuni (Tortoreto, TE), Comitato Opzione Zero - Riviera del Brenta, Comitato per la Salute, la Rinascita e la Salvaguardia del Centro Storico di Brescia, Forum Ambientalista di Grosseto, Associazione Made in Taranto, Ola (Organizzazione lucana ambientalista), Rete dei comitati in Difesa del Territorio, Medicina Democratica Onlus, Associazione AmbienteVenezia, Cambiamo Abbiategrasso, Circolo culturale "AmbienteScienze" di Cremona, Comitato NO Corridoio Roma-Latina per la Metropolitana Leggera, Comitato sardo Gettiamo le Basi, Radio AUT per l'antimafia sociale, Comitato NOil Puglia, Rete della Conoscenza, Coordinamento Comitati Ambientalisti Lombardia, Comitato SpeziaViaDalCarbone (La Spezia), WWF Potenza e Aree Interne, MEDITERRANEO NO TRIV, Comitato Verità per Taranto, Comitato 12 giugno Familiari delle vittime del lavoro di Taranto, Associazione ambientalista “Clan-Destino O.N.L.U.S.”, Ass. Ravenna virtuosa, A.N.P.I. Sezione di Nova Milanese (Monza e Brianza), Assotziu Consumadoris Sardigna – Onlus. Comitato NO TUNNEL TAV Firenze, Ecoistituto del Veneto "Alex Langer", AmicoAlbero – Venezia, Movimento dei Consumatori, Collettivo Nonviolento Uomo Ambiente della BASSA - RE- Guastalla, L.O.C. - Lega Obiettori di Coscienza alle spese militari e nucleari, Milano, Coordinamento Campano per la Gestione Pubblica dell'Acqua, Brindisi Bene Comune, ATTAC Italia; Associazione ZeroWasteLazio, Associazione Alternativa@Mente, Rete Campana della Civiltà del Sole e della Biodiversità, Coordinamento regionale dei comitati NoMuos, Osservatorio sulla Repressione, Fondazione Lorenzo Milani, Associazione RAP Molise, Coordinamento No Triv - Terra di Bari, Coordinamento Nord Sud del Mondo, Mountain Wilderness Abruzzo; Associazione TILT!; Coordinamento Salviamo il Paesaggio Roma e Provincia; Legambiente Italia; Comitato FuoriPista; Associazione Bianchi Bandinelli; Forum Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori; Rete civica italiana; Consiglio Metropolitano Partecipato; Era Onlus - Associazione Radicale Esperanto; Laboratorio sociale "La città di sotto" – Biella; Associazione Rita Atria.nati; Abruzzo Social Forum; Forum Abruzzese Movimenti per l'Acqua; Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Associazione A SUD; Stop Biocidio Lazio; Taranto Respira; Peacelink; WWF Taranto; NO Carbone Brindisi, Confederazione COBAS, Ambiente e Salute nel Piceno; Comitato Stoccaggio Gas S. Martino (CH), Comitati Cittadini per l'Ambiente di Sulmona; Associazione Nuovo Senso Civico; Comitato No TAP; Coordinamento nazionale No Triv-sez Basilicata; Coordinamento Regionale Acqua Pubblica di Basilicata; Coordinamento dei Comitati contro le autostrade Cremona-Mantova e Tirreno-Brennero; Onda rosa, comitatino di mamme e donne del centro olio (ENI) di Viggiano; No Triv Sannio, Altragricoltura, Comitato per la Difesa delle Terre Joniche, Rete Forum Ambientale dell'Appennino; Comitato No Powercrop Avezzano (AQ), Circolo culturale "Ambientescienze" – Cremona; Comitato No al Petrolio nel Vallo di Diano (SA), Comitato "No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili", Comitato Abruzzese Difesa Beni Comuni (Tortoreto, TE), Comitato Opzione Zero - Riviera del Brenta, Comitato per la Salute, la Rinascita e la Salvaguardia del Centro Storico di Brescia, Forum Ambientalista di Grosseto, Associazione Made in Taranto, Ola (Organizzazione lucana ambientalista), Rete dei comitati in Difesa del Territorio, Medicina Democratica Onlus, Associazione AmbienteVenezia, Cambiamo Abbiategrasso, Circolo culturale "AmbienteScienze" di Cremona, Comitato NO Corridoio Roma-Latina per la Metropolitana Leggera, Comitato sardo Gettiamo le Basi, Radio AUT per l'antimafia sociale, Comitato NOil Puglia, Rete della Conoscenza, Coordinamento Comitati Ambientalisti Lombardia, Comitato SpeziaViaDalCarbone (La Spezia), WWF Potenza e Aree Interne, MEDITERRANEO NO TRIV, Comitato Verità per Taranto, Comitato 12 giugno Familiari delle vittime del lavoro di Taranto, Associazione ambientalista “Clan-Destino O.N.L.U.S.”, Ass. Ravenna virtuosa, A.N.P.I. Sezione di Nova Milanese (Monza e Brianza), Assotziu Consumadoris Sardigna – Onlus. Comitato NO TUNNEL TAV Firenze, Ecoistituto del Veneto "Alex Langer", AmicoAlbero – Venezia, Movimento dei Consumatori, Collettivo Nonviolento Uomo Ambiente della BASSA - RE- Guastalla, L.O.C. - Lega Obiettori di Coscienza alle spese militari e nucleari, Milano, Coordinamento Campano per la Gestione Pubblica dell'Acqua, Brindisi Bene Comune, ATTAC Italia; Associazione ZeroWasteLazio, Associazione Alternativa@Mente, Rete Campana della Civiltà del Sole e della Biodiversità, Coordinamento regionale dei comitati NoMuos, Osservatorio sulla Repressione, Fondazione Lorenzo Milani, Associazione RAP Molise, Coordinamento No Triv - Terra di Bari, Coordinamento Nord Sud del Mondo, Mountain Wilderness Abruzzo; Associazione TILT!; Coordinamento Salviamo il Paesaggio Roma e Provincia; Legambiente Italia; Comitato FuoriPista; Associazione Bianchi Bandinelli; Forum Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori; Rete civica italiana; Consiglio Metropolitano Partecipato; Era Onlus - Associazione Radicale Esperanto; Laboratorio sociale "La città di sotto" – Biella; Associazione Rita Atria.COMITATO NOTRIV DEL VAL DI NOTO

mercoledì 8 ottobre 2014

sabato 4 ottobre 2014

I RISCHI CHE CORRE LA SICILIA CON LO SBLOCCA ITALIA DI RENZIE

Trivellazioni: ecco cosa rischia la Sicilia

La crisi economica che sta mettendo in ginocchio il nostro paese ha visto un’intera popolazione succube di governi incapaci, neoconservatori e, come amaro regalo finale, una congregazione di falsi riformatori. Questi ultimi, ancora più pericolosamente e in modo subdolo, stanno tentando di lacerare il tessuto democratico di una società che, pur tra mille contraddizioni, è riuscita a trovare nella sua storia momenti di reazione positivi contro le derive reazionarie e gli scippi dei propri diritti. Dopo le leggi ad personam e i tagli indiscriminati delle tutele sociali dell’incubo berlusconiano, e dopo le scelte rigoriste, care ai falchi europei, del governo Monti, oggi, in piena recessione, dobbiamo fare i conti con un governo guidato da un propagandista come il premier Renzi, che sembra essersi prefisso l’obiettivo di smantellare (e non di favorire) la crescita di un processo democratico, che chiede dal basso scelte di cambiamento e il rispetto delle vocazioni dei territori e degli interessi reali delle comunità.
Il decreto, denominato “Sblocca Italia”, è un condensato di scelte normative e di previsioni di provvedimenti che fanno diventare quasi insignificanti i pur gravi errori dei governi precedenti. Senza considerare il rilancio della politica degli inceneritori, dei rigassificatori (senza tenere conto, a quanto pare, dei principi di precauzione di impianti classificati a rischio di incidente rilevante) o le esemplificazioni in materia di infrastrutture e di rilancio dell’edilizia, i punti che appaiono mostruosi e inaccettabili, densi di effetti devastanti, sono quelli che fissano le nuove regole per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali. Renzi, in questo campo, anziché orientarsi ad un modello di sviluppo che privilegi le fonti energetiche alternative e rinnovabili, dimenticando il valore strategico di una politica di efficienza energetica, sceglie in modo dissennato la via delle fonti fossili, sposando totalmente le tesi dei petrolieri, il cui unico interesse è estrarre petrolio e gas, qualunque sia il costo per le popolazioni e per l’ambiente.
L’Italia, con il suo patrimonio unico di bellezze naturali e le sue grandi risorse agricole e culturali, diventa così il terreno delle più imprevedibili scorribande dei cercatori di gas e di “oro nero” (vedi immagine 1 nella gallery sotto l’articolo). “L’Italia non è il Texas o il Kuwait ma anche noi abbiamo il petrolio”, sostengono da anni gli esponenti delle associazioni dei petrolieri e del bitume (Assomineraria – Siteb) o esponenti di società di ricerca e consulenza sull’energia come Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia; tutti insieme si scagliano contro i comitati che in tutte le parti d’Italia hanno intrapreso durissime battaglie per difendere il futuro dei loro territori e la possibilità di uno sviluppo ecosostenibile. Renzi e il suo governo stanno dalla parte dei sostenitori del petrolio, pur essendo consapevoli che le riserve di petrolio e di gas stimate sul territorio nazionale e nei mari italiani, anche se venissero estratte interamente, non eliminerebbero mai la dipendenza dagli approvvigionamenti esterni.
Come uno starter il premier sta dando il via ad un’orda di grandi e piccole società cacciatrici di idrocarburi, che stanno affilando come nuovi barbari le punte delle loro trivelle per trasformare i luoghi più belli del territorio nazionale in pustole maleodoranti e inquinanti. Per rimuovere ogni ostacolo il decreto Sblocca Italia afferma che “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili” ed espropria le regioni, per gli impianti sulla terraferma, delle competenze per il rilascio della valutazione di impatto ambientale. Alle regioni rimane solo la possibilità di un parere con tempi prefissati, mentre tutti i poteri vengono accentrati a livello centrale. Con un unico titolo concessorio, che unifica prospezione e coltivazione dei giacimenti, il ministro dello Sviluppo Economico consente alla società autorizzata, per un periodo di 30 anni, prorogabili fino a 50, lo sfruttamento dei pozzi.
Per le ricerche e le trivellazioni in mare non è necessaria neanche questa “furberia”, perché il demanio marittimo è di competenza dello Stato. Una logica aberrante, definita scellerata da Legambiente. La spiegazione è evidente. L’attuale processo di estrazione di petrolio e gas rappresenta appena il 10% del fabbisogno energetico nazionale: circa 11 milioni di tonnellate equivalenti (l’insieme degli idrocarburi), delle quali solo poco più di 500.000 provenienti dalle piattaforme marine, rispetto ad un fabbisogno energetico di circa 120 milioni di tonnellate equivalenti (circa 70 milioni di tonnellate di petrolio e poco più di 70 miliardi di metri cubi di gas). L’intero piano di invasione di terra e di mare ideato dalle lobbies del petrolio e avallate dalla scelta del governo Renzi, potrebbe portare la percentuale a circa il 18-20%, lasciando inalterata la nostra dipendenza dalle importazioni.
Sulla terraferma, a pagare il conto tremendo di questa logica da far west sarebbe ancora di più la Basilicata, che già fornisce l’80% degli idrocarburi nazionali, con la devastazione di nuove aree, altre zone dell’Irpinia ed anche aree del centro-nord. Ma il dato più impressionante è la scelta di riempire di piattaforme petrolifere tutte le aree marine italiane (Adriatico, Tirreno, mare di Sardegna e l’intera fascia costiera del canale di Sicilia), nonostante le stime dei giacimenti da sfruttare non supererebbero quantità superiori a 10 milioni di tonnellate (come denunciato da più parti e soprattutto da Greenpeace).  La Sicilia entra così nel vortice di una follia distruttiva che mette in serio pericolo non solo il mare ma tutti i litorali del canale di Sicilia. L’isola, già martoriata dalle decisioni assunte da tempo dai suoi governi regionali che, utilizzando la competenza esclusiva (art.14 dello Statuto introdotto con legge costituzionale) in materia di miniere e di attività estrattive, hanno consentito il libero accesso di società petrolifere e le attività di trivellazione, rischia adesso di venire colpita ancora più duramente.
Fortunatamente zone di grande pregio sono state salvate dalla lotte straordinarie delle comunità di importanti parti del territorio siciliano, anche se i pericoli non sono stati rimossi per la mancata formale revoca delle concessioni. Sulla terraferma, la speranza che il governo Crocetta potesse porre fine all’incalzare delle richieste di vecchie e nuove società petrolifere è stata vanificata dal protocollo d’intesa sottoscritto nel giugno scorso tra il presidente della Regione e l’Assomineraria, l’Eni, l’Edison e la Irminio srl, interfaccia della texana Mediterrranean Recources LLC. Il presidente Crocetta con questo atto ha sconfessato le sue precedenti posizioni di contrarietà alle trivellazioni e in questo modo dà sostegno a nuove iniziative, come quella che l’Irminio srl vuole avviare in territorio di Scicli.
Il pericolo più grave, però, viene dal mare, dove sono in procinto di essere sbloccati i permessi per una nuova piattaforma (la Vega B) al largo di Pozzallo e dove sono in attesa di sblocco le istanze presentate da una serie di società piccole e grandi che avvierebbero ampie attività di prospezione. I mari di Vittoria, di Portopalo di Capo Passero, di Pachino, Noto, Siracusa, Acate, Ispica, Pozzallo, Avola, Modica, Santa Croce Camerina, Ragusa, Scicli sono nel mirino della Schlumberger Italiana S.p.a (vedi immagine 2 nella gallery), filiale dell’omonima società texana che, in un’area di 2.109 km2 denominata “d1 C.P-.SC”, svolgerà le sue operazioni con la tecnica dell’airgun. La Schlumberger dovrebbe realizzare le sue operazioni anche nella zona denominata “d1 G.P-.SC” (4.209 km2), che tocca i comuni di Gela, Menfi, Porto Empedocle, Marsala, Palma di Montechiaro, Ribera, Petrosino, Realmonte, Pantelleria, Siculiana, Campobello di Mazara, Licata, Montallegro, Cattolica Eraclea, Agrigento, Sciacca, Campobello di Licata, Butera, Castelvetrano, Lampedusa e Linosa, Mazara del Vallo. Ma sono in corsa altre istanze e richieste di ricerca di società olandesi, irlandesi e anche giapponesi.
Ma cosa è la tecnica dell’airgun? Si tratta di una tecnica, come hanno chiarito diversi studi, per sondare la composizione degli strati sottomarini, che viene realizzata sparando bombe di aria compressa a 140 atmosfere in grado di produrre onde sismiche riflesse da cui viene ricavata la composizione degli strati del sottosuolo. Gli effetti possono essere disastrosi per la fauna e la flora marina, possono sconvolgere l’habitat e desertificare le aree colpite. I più esposti sono i mammiferi marini che possono subire danni mortali. Il bombardamento è senza sosta. Uno sparo ogni 5/10 minuti. Queste attività, fra l’altro, si svolgerebbero o a ridosso delle acque territoriali o in qualche caso entro le 12 miglia.
È una prospettiva raggelante, le cui conseguenze su tutte le aree costiere non sono nemmeno ipotizzabili. Va solo sottolineato che, dall’esame delle istanze presentate, si nota una voluta sottovalutazione degli effetti di questo procedimento. Non viene chiarito che l’inquinamento acustico (calcolato attorno alla intensità elevatissima di 468 decibel) si può propagare per decine di chilometri e si sottovaluta l’effetto di sommovimento degli strati geologici del bombardamento su fondali di zone a rischio sismico come quelle interessate, sulla base di lacunosi studi geologici.
Da qui la necessità che l’intera comunità siciliana (il Comune di Noto ha già deliberato, con delibera n° 221 del 23 settembre 2014, parere negativo alle trivellazioni petrolifere nel Canale di Sicilia) sappia rapidamente creare un vasto schieramento per impedire che si intervenga soltanto dopo il compimento di un possibile disastro annunciato. Il governo Renzi deve sapere che questa follia potrebbe essere la sua Waterloo.
Salvatore Perna -ilmegafono.org

lo SBLOCCA ITALIA di Renzi come una bomba ambientale

Sblocca Italia: le bombe ambientali che minacciano il futuro

Cresce l’allarme e si acuiscono le preoccupazioni nei territori minacciati dalla corsa al petrolio e al gas, che la pubblicazione del dissennato decreto “Sblocca Italia” rende imminente. All’esultanza incontenibile dei petrolieri e delle loro associazioni, che vedono aprirsi nella penisola italiana grandi praterie ed enormi distese marine, per realizzare il saccheggio del suolo e del sottosuolo e per sconvolgere l’ecosistema anche delle aree più incontaminate del nostro mare, si va contrapponendo una vasta rete interregionale di associazioni ambientaliste, comitati e istituzioni locali che non intendono subire uno scempio messo in moto, con superficiale e colpevole arroganza, dal governo Renzi. Accentramento delle decisioni a livello ministeriale, svuotamento del potere di interdizione e di controllo delle regioni sulla valutazione di impatto ambientale (VIA) dei progetti delle imprese, estromissione dei comuni e delle comunità locali dalle decisioni sul futuro dei loro territori: sono gli elementi scandalosi di una deregulation selvaggia e autoritaria.
Sotto i colpi di maglio di una logica distruttiva, utile solo al business delle compagnie petrolifere, si punta a cancellare le reali vocazioni dei territori, il valore di realtà produttive fondamentali, dall’agricoltura alla pesca, la tutela e la valorizzazione dello straordinario patrimonio paesaggistico e naturalistico dell’Italia, la forte valenza turistica e culturale dei luoghi che si vuole contaminare e alterare. È ciò che, con normative meno permissive, è stato già perpetrato in tante aree del Paese, anche per colpa di governi regionali incapaci o complici. Lo sanno le popolazioni della Val d’Agri, in Basilicata, dove Eni, Shell e Total hanno deturpato e compromesso l’ambiente e messo a rischio la vita delle persone; lo vivono da anni i cittadini di Gela e di Ragusa che, per l’estrazione di poche migliaia di tonnellate di petrolio bituminoso, hanno subito un forte degrado e un pesante dissesto ambientale. Per i razziatori di giacimenti poco importa che le quantità di idrocarburi da estrarre siano enormi o di modesta quantità; il ricavo per loro è sempre garantito.
Ciò che però conta sapere è che l’Italia, se venisse realizzato questo piano folle, si trasformerebbe in un mostruoso panorama di stazioni di pompaggio, serbatoi di stoccaggio, torri fiammeggianti che ammorberebbero l’aria e il suolo con gli agenti inquinanti, oltre che oleodotti che sventrerebbero anche aree di riserve naturali. È importante quello che sta avvenendo nei territori, come dimostra la rivolta delle comunità e delle associazioni ambientaliste della Basilicata, che vogliono fermare i nuovi progetti Eni-Shell di nuovi pozzi (Caldarosa 2 e Caldarosa 3) in un’area comunitaria che comprende zone Sic (Siti di interesse comunitario) e Zps (Zone a protezione speciale), o quelli della Total per due nuovi pozzi a “Tempa rossa”, nella valle del Sauro. O come la denuncia del forum acqua comune che vede minacciata la costa abruzzese con la possibile installazione di una piattaforma della Petroceltic Italia, filiale della irlandese Petroceltic International, a 4 miglia appena dal litorale. E ancora le iniziative dei sindaci e dei comitati per impedire in Irpinia, a Gesualdo, la trivellazione di un pozzo (progetto Nusco della Italmin exploration) a ridosso del centro abitato, o il fronte compatto in Sardegna, dove è stato bocciato dalla giunta regionale il progetto Eleonora della Saras di Moratti per la trivellazione esplorativa di un pozzo di metano a 400 metri dal centro abitato.
In quest’ultimo caso, però, i comitati e le associazioni devono intensificare le iniziative per impedire che venga autorizzata l’istanza di prospezione della Schlumberger, che verrebbe realizzata in un’area marina di 20992  km² , nella zona marina E, da Capo dell’Argentiera ad Alghero, lungo la costa occidentale. Importantissimo, dunque, il ruolo che stanno svolgendo in tutte le regioni i movimenti No triv, che stanno assumendo iniziative sul piano della mobilitazione e dell’azione giudiziaria. In Sicilia, il 27 maggio scorso,  il ministero dell’Ambiente ha riconosciuto la compatibilità ambientale del progetto “Offshore ibleo” dell’Eni. Esso comprende, come documentato da Greenpeace,  due perforazioni esplorative (Centauro1 e Gemini1), che distano 13,5 e 15 miglia nautiche dalla costa di Licata, e sei pozzi di produzione (Cassiopea1 e Argo2). I pozzi Cassiopea distano dalla costa della provincia di Agrigento tra le 12 e 12,5 miglia; Argo2 poco più di 11 miglia. E poi oleodotti, una piattaforma (la PresiosoK a circa 5,6 miglia dalla costa) e a terra un’area di stoccaggio, a pochi chilometri da Gela e a ridosso di un’area Sic.
Come è evidente, nessuna preoccupazione per le conseguenze sulle riserve ittiche, sull’habitat marino, né alcuna approfondita valutazione – come evidenzia il documento di Greenpeace – del rischio geologico, compresi gli eventuali rischi di subsidenza (abbassamento del fronte costiero). Contro questo totale disprezzo delle più elementari norme di precauzione e di indagine, si è determinata un’importante reazione. È stato infatti inoltrato un ricorso al Tar del Lazio, non solo dalle associazioni ambientaliste e di difesa del patrimonio paesaggistico (Greenpeace, WWF e Legambiente insieme a LIPU Birdlife Italia, Italia Nostra, Touring Club Italia), ma anche da altre associazioni di categoria e dalle istituzioni locali (Legacoop Pesca Sicilia, ANCI Sicilia e i comuni di Licata, Ragusa, Scicli, Palma di Montechiaro e Santa Croce Camerina), contro il decreto 149/14, emanato dal ministro dell’Ambiente, che sancisce la compatibilità ambientale del progetto “Off-shore Ibleo” di ENI.
Una scelta importante per allargare l’area di contestazione e di opposizione contro tutte le nuove istanze che riguardano attività di prospezione e  di estrazione di gas e petrolio nel canale di Sicilia; circa 14 come indica il documento. Occorre allargare il coinvolgimento di tutte le comunità siciliane, non solo per impedire nuove catastrofiche avventure in una delle aree marine più ricche di biodiversità e di un delicato sistema geologico, ma anche per bloccare, contro l’insipienza e il clamoroso cedimento del governo Crocetta alle bramosie dei clan degli idrocarburi, altre iniziative in atto sulla terraferma (Eni e Irminio) in altre aree della Sicilia come Scicli e Biancavilla. Anche nell’area di Sud-Est, tra Avola, Noto, Capo Passero e Pozzallo, è necessario allargare la mobilitazione.
Già lo storico comitato No triv di Noto, attraverso un suo documento, ha lanciato la sfida e l’allarme e con esso tutte le associazioni che hanno combattuto la difficile battaglia contro le trivellazioni nell’area degli iblei,  (Natura Sicula, Associazione Albergatori di Noto, Ambiente e Macchia Mediterranea, Agenda 21, Sciami, NotoAmbiente, Archeoclub, Ente Fauna Siciliana, Case Sparse dell’Agro Netino, Acquanuvena) salvaguardando il dna prezioso di un territorio incomparabile. Ora bisogna agire per creare dighe insormontabili sul mare di quell’area. Orde di nuovi pirati, dal cuore nero e dagli artigli affilati, sono alle porte (la Schlumberger Italiana, filiale della texana Schlumberger Oilfield Services, la Transunion Petroleum Italia, interfaccia della britannica Transunion Limite, ed  altre ancora) sono pronte a sconvolgere con le loro attività questa estesa fascia marina per migliaia di chilometri all’interno e a ridosso delle 12 miglia. Altererebbero con le loro tecniche di prospezione (l’airgun) i fondali, l’habitat; colpirebbero in modo letale la fauna, riverserebbero sulle coste gli effetti disastrosi delle loro operazioni.
È necessario allora che tutti i comuni, non solo Noto che con grande coerenza ha preso posizione deliberando la sua contrarietà anche all’assalto sul mare, ma anche Pachino, Avola, Portopalo di Capo Passero, Pozzallo, Modica, si uniscano sullo stesso obiettivo. È necessario sapere che, se si avviassero le prospezioni richieste, l’intera marineria da Avola a Pozzallo, ma in particolare quella di Portopalo, con la sua importante flotta peschereccia, rischierebbe di vedere compromessa l’attività di pesca, per lo sconvolgimento che subirebbero i banchi delle aree di pesca e il diradamento delle specie ittiche. A pochi e spregiudicati interessi di società, alle quali poco importa ciò che potrebbero subire le popolazioni costiere, corrisponderebbe la perdita di reddito e di lavoro di centinaia di famiglie che vivono delle risorse del mare. Non si può perdere tempo. Occorrono scelte rapide e il più ampio coinvolgimento delle popolazioni.
Salvatore Perna –ilmegafono.org

...oh Renzi Renzi...dove ti sei cacciato!